
Nome: Gente di Lago
Gente di lago, o forse, più propriamente, Gente “del” Lago, quasi che il Lago fosse un poco come il loro Padre. Questa definizione rubata a Piero Chiara, che nel cogliere e nel “capire” il Lago è stato insuperabile Maestro, soprattutto per noi che essendo, appunto, “figli” del Lago abbiamo saputo apprezzarne appieno le sue sapienti descrizioni. Ci piace quindi, qui, raccontarne ancora le storie, i personaggi, presenti e passati, i fatti, allegri o malinconici, gli amori….insomma, le “Storie”. Per tener viva l’anima di questa Gente di Lago forse un poco pazza, “svitata”, con una filosofia di vita tutta sua ma con tanta, tanta, tanta umanità. Che, soprattutto oggi, non guasta di certo.
(I personaggi e le situazioni raccontate sono reali. Ovviamente, i nomi sono di fantasia.)
uovodidodo in il Luciano
utente anonimo in il Conte Farina
Stenka in il Conte Farina
utente anonimo in il Conte Farina
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Non sapeva che al Bar avevamo istituito il premio “La Volpe d’oro”. Giusto per fare due risate. Non che ci fosse in palio un premio vero e proprio. Tutto consisteva nel valutare, con una apposita Commissione, una qualsivoglia “stupidaggine” fatta dai frequentatori del bar, dare un punteggio in caso di più “concorrenti” e scrivere il nome del vincitore nel quadro appositamente preparato e decorato “a diploma”. Il quadro, per rimarcare la definizione del premio, era anche ornato da una vera coda di volpe quale “simbolo” del concorso istituito. Ed il Luciano, un tipo sempre in “tensione”, ne fu il primo vincitore. Il “fatto”, od il “misfatto” è questo. Arrivato al bar una sera di piena estate, il Luciano parcheggiava la sua bicicletta, assieme alle atre già presenti, nell’apposita rastrelliera posta di fianco ai tavolini assiepati fuori dal bar. Il Pinuccio, quello che fa il sarto ma non si fa mai i cavoli suoi, guardandolo mentre arrivava lo avverte di avere la gomma posteriore sgonfia. Il Luciano si arma subito della super-pompa che Gaetano, il barista, gli presta e si accinge a gonfiare la gomma. Però, pompa, e pompa, e pompa, quella benedetta gomma non si gonfiava mai. Finchè, ad un tratto, si è sentito un botto da lasciare attoniti tutti i clienti del bar. Che era successo? Era successo che il Luciano, forse per l’ansia o forse per quel poco di buio che c’era, aveva attaccato il beccuccio della pompa non alla ruota della sua bicicletta ma a quella, già malandata, della bicicletta di fianco alla sua. La Commissione non l’ha neppure giudicato. Gli ha assegnato il premio per acclamazione. Ed io, che in qualità di Segretario potevo far valere il mio voto il doppio, non ho neppure dovuto votare.

Commerciava in farine il mio grandissimo amico G.. Il soprannome glielo avevamo affibbiato sposando, simbolicamente, la sua attività di lavoro a quella innata classe ed a quella estrema educazione che possedeva e professava. Sublime amico e compagno di mille “avventure”, non sempre fortunate, il “Conte” è stato la più bella pagina della mia “matta gioventù” ed uno dei personaggi “pietra miliare” della storia del Lago godereccio. Antesignani di “Amici miei” il compianto Piero Chiara avrebbe senz’altro potuto inserirci in qualche suo racconto dei “matti” del Lago. E ne avrebbe avuto ben donde. Il “Conte”, Paolino Cazzo Cazzo ed io saremmo certamente stati una palestra di giochi per il “Sciur Piero”. Tra le mille scelgo una delle avventure che mi sono rimaste più impresse. Una ventosa sera di settembre, il Conte, il Paolino ed io, tirati a lucido e con smoking presi in affitto, radunammo un po’ di soldi per recarci al Casino di St. Vincent. Il Conte sosteneva di avere “la mano calda” e senz’altro, a suo dire, quella sera avrebbe sbancato il Casino. “Fidatevi” disse con aria grave “me lo sento! Vi dico che me lo sento!”. Partimmo con la attempata Porsche Super 90 del Conte e durante la strada ci dividemmo i compiti. Lui, ovviamente, era “il giocatore”, Paolino avrebbe giocato qualche fiches su qualche tavolo ed io, che non so giocare, avrei fatto “il ragioniere”. Nel senso che se le cose fossero andate male avrei salvato almeno i soldi per il ritorno a casa, per non finire come quando, tornando da Montecarlo dopo una disgraziata avventura, l’auto si fermò, alla quattro di notte, a cinque chilometri da casa senza una goccia di benzina. Non avevamo più un soldo in tasca.
Entrati nella sala da gioco il Conte si avvicinò con nonchalance al tavolo del Chemin de Fer ed incominciò a puntare, Paolino giochicchiò qualcosa al Trente et Quarante ed io feci la spola tra un tavolo e l’altro per tenere la situazione sotto controllo. Il tempo di bere un flute, di tornare e vedere che l’assembramento attorno al tavolo dello Chemin sarebbe stata la cornice della nostra tragedia.
Il tavolo ridondava dei colori di una miriade di fiches e feci appena in tempo ad arrivare alle spalle del conte per sentire il suo “Banco Prima” che tagliava perentoriamente i vari “Banco”, “Banco”, “Banco” che giungevano da varie parti. “Silence! Monsieurs, s’yl vous plait!”. Carte. Il Conte raccoglie le sue e mostrandomi un trionfante “otto” mi sussurra “Ve l’avevo detto che la mano era calda!”. Il principio di ictus lo ebbi quando il croupier allargò sul tavolo le sue carte annunciando un “nove” che sembrò una ghigliottinata. Ma il colpo quasi mortale lo ebbi quando il Conte, scostando il bavero della giacca, invece di estrarre delle fiches dalla tasca interna ne cavò un candidissimo fazzoletto e, tergendosi la fronte, se ne uscì con un: “Cacchio! Che culo che avete!”. I valletti, con molto garbo, ci invitarono a seguirli in direzione e dieci minuti dopo eravamo in ginocchio ad implorare il Direttore. Il nostro “Stellone” ci protesse ancora una volta perché il Direttore, un padre, dopo una indimenticabile strigliata ci diede cinque minuti di tempo per uscire e non farci vedere mai più in quel Casino. E così fu. Fortunatamente, ero riuscito a salvare i soldi per la benzina. Eravamo anche senza sigarette. Ma a nessuno venne in mente di fumare durante il ritorno.